Millesettecento anni prima di Cristo, una donna viene deposta nella misteriosa necropoli della sua comunità, le cerimonie sono compiute; lei viene sepolta con i suoi ornamenti e i suoi oggetti. Durante uno scavo, iniziato come un'avventura la Donna ricompare. I suoi gioielli d'ambra presto si dissolvono ma non prima di averci parlato di lei. Così ritorna la Signora delle Ambre. Non vi è esattezza scientifica capace di ricostruire la sua storia, ma la Signora delle Ambre non tace: i suoi ornamenti non sono solo preziosi, ma anche belli, ricercati, e arrivano forse da terre dall'altra parte del mare; ci descrivono sia una donna che amava la bellezza, sia la sua comunità che aveva scambi con società più lontane. Nella stessa necropoli della Signora vi sono tombe di guerrieri, sepolti con le loro anni da battaglia. Quindi tra le diverse collettività non vi erano solo quieti traffici: allora come oggi gli equilibri tra le genti erano complessi. Di qui sono nati il soggetto per il filmato e i suoi intenti. Evitare di dare una l'idea vaga ed evanescente del passato. Mostrare, senza facili astrazioni, una donna, le sue possibili attività, il suo compagno, le sue figlie. È ovviamente improbabile che quanto narrato nel film sia accaduto, ma era necessario trasportare lo spettatore in una dimensione che non fosse quella di un passato freddo e sbiadito. Il nostro primo compito era cancellare l'idea che la civiltà degli ipogei fosse una stereotipata comunità primitiva e, dall'altra parte, non mostrare che vivesse una mitologica età dell'Oro. La civiltà degli ipogei conosceva entrambe le facce del progresso, lo scambio e il conflitto: è il primo motivo per cui dovremmo sentirla vicina. Il tempo non poteva cancellare la Signora delle Ambre e il dramma che le abbiamo attribuito deve proporre un contatto con chi ha abitato questo territorio millenni prima di noi.
Michele Pinto
Regista del docu-dramma “La Signora delle ambre”.







