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I Trinitapolesi "spiazzati"

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ponte di scarola
Grazie, grazie, grazie architetti, politici, sindaci e podestà del passato, per aver disegnato una città a misura d’uomo che, negli ultimi tempi purtroppo, è diventata a misura di ominicchio. Quando non esistevano macchine, ma solo cavalli, i responsabili della cosa pubblica si sedevano a tavolino e si ponevano il problema di come e dove far incontrare la gente, di cosa lasciare ai posteri ed, in tale prospettiva, curavano l’estetica urbanistica e sceglievano accuratamente materiali durevoli nel tempo. Largo Parlamento, Piazza Umberto I, rappresentano ancora il cuore del paese e i luoghi più caratteristici ed apprezzati del vecchio “casale”. Oggi, epoca delle macchine, se si escludono Piazza S. Stefano e la 167, di piazze e “grandi spazi”, conquistati per uso pubblico, non ce ne sono proprio più. Il problema più angosciante è che è mancata la volontà politica di trovare altri siti disponibili.
Il trend attuale è: galleggiare sull’esistente e rosicchiare un po’ alla volta vecchie aree, riempiendo di cemento quelle libere. Vedasi 167 o, come emblema scandaloso, il garage sorto come un fungo in Piazza S. Stefano che ha goduto della immunità “celeste”.
La storia recente è uno splendido esempio di occasioni perdute. Si sono perse due grandi opportunità: l’area di Via Isonzo (vicino alla Posta) e la piazzetta di Largo Trinità, di fronte alla Chiesa di Sant’Anna, la prima venduta a privati al costo di una serata di “Premio Cavalieri di Malta”.
Il gruppo consiliare L’Alternativa convocò anche un consiglio comunale sulla questione di Via Isonzo, dopo aver raccolto le firme dei cittadini, che si concluse con il voto congiunto della maggioranza e della destra: tutti insieme, allegramente, a favore del cemento. Ed allora, che fare? Esaminiamo insieme altri spazi ed altre opportunità che potrebbero rendere “meno isterica” la mobilità degli automobilisti e più salubri le passeggiate dei pedoni, ed affrontiamo la questione “piazze” escludendo luoghi che storicamente sono nati come strade (Corso Trinità ad esempio). Su questioni pubbliche di siffatta importanza si dovrebbero evitare sterili scontri politici ed incominciare a riflettere su cosa lasciare ai posteri. Il compito di cittadini è anche di proporre soluzioni alternative sulla base di esigenze reali, soprattutto tenendo conto delle priorità. Facciamoci alcune domande.
È prioritario spendere quattrini pubblici per “riqualificare” la sedicente Piazza della Promessa? Che destino avranno le strade circostanti?
È prioritario “riqualificare” Piazza S. Stefano? È prioritario fare un piano della viabilità, inteso non come semplice cambio di segnaletica?
È prioritario studiare soluzioni che diminuiscano l’inquinamento del traffico pesante, ancora circolante nel centro della città?
È prioritario rendere la viabilità una “questione pubblica” e non un semplice coordinamento di richieste ad personam? Bilancio partecipativo significa appunto questo: decidere insieme, sulla base dei soldi disponibili, se è più utile organizzare notti bianche o conquistare spazi per passeggiare e respirare.
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