facebtwityoutubeinstrss3

 

Prima di venire qui ho sentito il dovere e il bisogno di rileggere un po’ delle testimonianze e delle memorie dei mille fatti della strage di Marzabotto. Ci sembra di vedere svanire la fede nell’uomo, che si è mostrato improvvisamente senza umanità, e la fede in Dio, che ha volto altrove lo sguardo. E don Dossetti ha visto quel Dio crocifisso, agonizzante, in quella bimba di otto anni, Anna Maria, la quale “non colpita da arma da guerra è rimasta per tre giorni in agonia, aggrappata al collo della madre morta finché il babbo l’ha trovata così, uccisa dalla fame e dal dolore”.

Si esce stremati da quelle letture. E ti restano in testa interrogativi che vanno oltre perfino la vicenda storica del nazismo e del fascismo, e ti chiedi quale belva possa annidarsi nel cuore dell’uomo. E quando dici, come diciamo, “mai più”, e lo gridiamo, sentiamo la sincerità di questa invocazione ma ne sentiamo anche il limite. Perché se la belva è nel cuore, la belva tornerà. E anzi già torna la belva, in tante parti del mondo e in questo stesso momento. E soprattutto nei luoghi che non hanno voce, dove sono spenti i riflettori perché noi stessi abbiamo volto lo sguardo altrove. […]

Pensiamo solo un attimo se tutte le nazioni del mondo avessero una Costituzione che dice quel che dice la nostra, a proposito di un nuovo ordine internazionale: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e consente alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”. In queste parole non c’è solo un no alla guerra, alla violenza. C’è anche l’indicazione dell’altra soluzione. Un mondo che ripudia la guerra è un mondo che deve trovare un altro modo di governarsi, di rispondere alle crisi. Con istituzioni sovranazionali alle quali cedere sovranità, con un diritto internazionale riconosciuto e tale da legittimare l’uso della forza quando questa è necessaria contro il sopruso e per tutelare la vita e i diritti degli uomini. Questo fu scritto dai nostri padri mentre il mondo si divideva in blocchi: guardavano davvero molto più avanti del loro tempo, i nostri padri costituenti. E la nostra Costituzione, paradossalmente, è più fresca oggi di ieri su alcuni punti fondamentali. […]

Da Marzabotto, capitale nazionale del sacrificio e pietra miliare delle ragioni della lotta contro il fascismo e il nazismo viene anche uno sguardo sull’ltalia, le sue prospettive di libertà, di civiltà, di democrazia. […] Ecco la domanda: quei valori di libertà e di uguaglianza, di dignità, si sono davvero radicati nel senso comune degli italiani? E quanto si trasmettono, davvero, alle nuove generazioni? La democrazia è una scelta che faremmo ogni giorno, anche pagando qualche prezzo, anche molto minore di quello che hanno pagato altri, o è un’abitudine ormai? E se è un’abitudine può succedere ancora una volta che in forme nuove ci si lascino partire via dei pezzi di libertà senza neanche accorgersene? Rispondere a questo vuol dire rispondere alla domanda: quanto vale il 25 aprile oggi. […]

La mistificazione del fascismo buono o bonaccione. Addirittura una strisciante riabilitazione del ruolo storico del fascismo nella nostra storia nazionale. La mistificazione della Resistenza descritta come rissa, come scontro tra fazioni svolto davanti agli occhi di italiani indifferenti. La mistificazione dell’antifascismo come falso mito, come trucco alimentato per condizionare la vita politica del paese. Noi non dobbiamo sottovalutare il veleno lento che c’è in queste idee. Ma mentre il 900 si allontana e nuove generazioni costruiscono il futuro, dobbiamo anche liberarci da linguaggi un po’ cifrati, forse un po’ retorici e non più comprensibili ai giovani di oggi. […] Noi dobbiamo, nei ragazzi e nelle ragazze di oggi, tornare a parole chiare, semplici e vere e dire con queste, semplicemente, la differenza fra fascismo e democrazia. Non pensiamo che sia inutile, a proposito dei veleni lenti: non è vero.

E allora bisogna dire che il fascismo era un sistema nato sul mito della forza, su un concetto di disuguaglianza – di paesi, di razze, di sesso, di individui – e su un concetto totalitario di nazione e di stato. E tutto questo ha portato a violenze e sopraffazioni di ogni genere. A leggi illiberali, a leggi razziali, a guerre imperiali, fino a portare gli italiani, dopo illusioni, menzogne che ingannarono tanti, alla più grande e distruttiva guerra che il mondo abbia mai conosciuto. Una guerra che era già scritta decenni prima nei cromosomi del fascismo e del nazismo, che l’attendevano, la custodivano, la corteggiavano, la preparavano nei loro progetti, perché non può esserci fascismo senza guerra: questo dobbiamo dire ai giovani.

Tutto questo è innegabile. Come è innegabile che invece chi ha lottato contro il fascismo ci ha insegnato una democrazia che per quanto imperfetta ha ripudiato la guerra e la violenza. Che per quanto imperfetta ci ha consentito e ci consente di far valere le nostre idee. Che per quanto imperfetta si basa su un’affermazione: che individui, sessi, popoli, paesi, tutti hanno uguale dignità, uguale diritto alla libertà e alla felicità, uguale aspirazione alla pace. Questa è la semplice differenza tra fascismo e democrazia. Questo ognuno lo può capire e lo deve riconoscere.

Dunque il 25 aprile diventa la pietra miliare e il tornante che segna questo passaggio tra fascismo e democrazia, cioè tra due diversi orizzonti di civiltà umana. E questo ci consente anche di rispondere con semplicità alla domanda: ma tutti i morti di quel conflitto sono uguali? La pietà è per tutti, certamente. Per tutti i morti, per tutti coloro che da ogni parte si gettarono o furono trascinati nel turbine di quell’immane violenza. Ma la riconoscenza, il ricordo riconoscente, deve andare e andrà sempre a chi scelse la battaglia giusta, quella che ci ha dato la libertà e la pace. Quella che consente a tutti di parlare, di esprimere le proprie idee nelle case, nelle piazze d’Italia. Questi hanno avuto ragione, a loro la riconoscenza.

È importante dunque trasmettere la memoria alle nuove generazioni, e altrettanto importante è cercare di rendere attuali queste nostre ricorrenze, e offrire una lettura del presente e del futuro. Viviamo un periodo di globalizzazione impetuosa che ha diffuso conquiste tecnologiche incredibili, ha fatto affacciare al mondo paesi nuovi, e ha diffuso anche tensioni, ha generato movimenti senza controllo. Una nuova divisione del lavoro tra popoli e paesi, la concorrenza tra livelli di diritti sindacali, di salario, di tutele. Le grandi migrazioni. Questioni ambientali, questioni finanziarie senza controllo, fattori che non dominiamo perché tutto è globalizzato tranne la politica e le regole.

E qui, attenzione, si rischiano riflessi difensivi, sbandamenti, aggressività e tensioni. Nascono culture che possono interpretare questi riflessi difensivi e queste aggressività. Vengono fuori richiami populistici. Qui e là sbucano capri espiatori, e quando vengono fuori i capri espiatori vuol dire che la democrazia ha un problema.
Allora noi, senza ingenuità, dobbiamo sapere che nella crisi possono prendere piede in forme nuove culture irrazionaliste. E può venire fuori, nella crisi, l’idea che attraverso queste culture puoi prendere delle scorciatoie, anche con meccanismi che mettono germi di autoritarismo nella società. Non c’è da stupirsi di questo: la storia non si ripete mai, però fra fine 800 e inizi del 900 abbiamo avuto una globalizzazione probabilmente più impetuosa di questa, tra salto tecnologico ed enorme sviluppo dei commerci e degli scambi: tecnologie nuovissime, aereo, radiotelegrafo, bicicletta, automobile, treni, transatlantici, elettricità, l’ora di Greenwich. Un mondo aggiustava il suo orario per la prima volta, pensate cosa vuol dire, improvvisamente ti senti mondo. E le culture progressiste – il famoso positivismo – che vedevano in questo l’idea che abbinando queste conquiste tecnologiche con l’idea di “una nuova umanità” sarebbe venuto fuori, perché no, il mondo nuovo. Ottimismo, fiducia.

Quell’orizzonte inedito invece diede luogo a riflessi di ripiegamento, culture irrazionali, protezionismi, nazionalismi, culture regressive e aggressive. Fino a un vero e proprio desiderio di guerra nel cuore dell’Europa. Non è stata Sarajevo la causa. La storia, ripeto, non ritorna uguale. Noi siamo ormai in una straordinaria piattaforma che si chiama Europa, e certamente da questa non si torna indietro. Ma la storia ama le rime, le assonanze. E questo dobbiamo sorvegliarlo. Perché nelle tensioni che stiamo vivendo, ripeto, possono venire fuori forme di irrazionalismo che possono inserire germi di autoritarismo nella nostra società. Io credo che questo sia un problema aperto.

Bisogna sapere che quelle culture di intolleranza e di razzismo possono portare germi dai quali poi è difficile rimontare. Dobbiamo sapere per esempio che l’esigenza, in un mondo così complesso, in mezzo a queste tensioni, di avere decisioni rapide ed efficaci, cioè una democrazia che funzioni, esigenza sacrosanta che comporta riforme necessarie, però può portare anche a cercare risposte illusorie nello svilimento della democrazia e dei meccanismi di partecipazione, e mettere germi autoritari nella società. Dobbiamo sapere che spargere messaggi e ricette populiste che parlano non alla testa ma alla pancia dei cittadini mette germi autoritari nella società. E che spargere l’idea che è il consenso che conta e non la legge, e magari neanche quella fondamentale, la Costituzione, significa spargere germi autoritari. E da germi autoritari nascono frutti avvelenati. Nessuno ha da guadagnarci.

Chi ha da guadagnarci da una democrazia che perde vigore, si inaridisce, esclude, zittisce, lascia senza voce il più debole? Che lascia le briglie sciolte a intolleranza e astio, che corrompe il civismo con l’idea che le regole valgono sempre per gli altri e mai per te? Nessuno. Nessuno può immaginare che l’Italia possa crescere con queste ricette.

Anche la crisi di oggi ce lo dice. Forse siamo a un pavimento, speriamo che non ci sia un altro scalino. Ma questo pavimento è molto basso. E bisogna vedere con quali ritmi e in quale modo riprendiamo la strada. Questa crisi ci dice una cosa semplice: che economia e società devono darsi un po’ di più la mano. E questo può avvenire solo in una democrazia che si allarga e che include. Questa crisi ci insegna che tu non puoi distribuire mutui e carte di credito invece di salario, reddito e welfare. Non puoi dimenticarti i fondamentali, che sono produzione, reddito, consumi. E perché la ruota giri davvero devono stare bene un po’ tutti, o la ruota dell’economia non gira e si formano quelle bolle che di volta in volta arricchiscono i ricchissimi, impoveriscono i poveri, riducono i ceti medi fino al disastro comune.

Non si può star bene da soli, guardate. Si sta bene solo se anche gli altri stanno un po’ bene. Questa non è solo una ricetta morale, è una ricetta economica. Bisogna che ne siamo convinti: non può esserci un’economia buona in una società ingiusta e divisa che aumenta le differenze di reddito, di ricchezza e di condizioni. Solo l’inclusione, la parità dei diritti, la possibilità quindi di dare voce forza dignità e rappresentatività a tutti i soggetti sociali cominciando dai più deboli: solo questo può consegnare un buon equilibrio tra economia e società. E quindi a cosa siamo quando diciamo queste cose? Alla democrazia.

Che deve riformarsi per rafforzarsi, deve migliorare per non arretrare. Siamo al concetto di uguaglianza. Siamo al concetto di libertà, di tolleranza, di dignità di ogni essere umano, e quindi siamo ai valori calpestati qui a Marzabotto dalla barbarie nazista e fascista. Valori consegnati a noi, adesso, perché rinati dalla primavera del 25 aprile. Valori che noi dobbiamo portare nel futuro. Portare il 25 aprile nel futuro, questo è il nostro compito. Viva la Resistenza, viva la Costituzione, viva la Repubblica democratica.

Via: Articolo1

Giornale sfogliabile

posta

Per info scrivi a:
scrivi

Per contattare Antonietta D'Introno scrivi a:
Antonietta D'Introno