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regionalismo

Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio della Repubblica italiana che nasceva, era già chiaro, in Assemblea costituente, a Francesco Saverio Nitti, più che ancora meridionalista, tra i massimi studiosi ed esperti nell’Europa di scienza delle finanze. E quindi un rischio per il bilancio dello Stato, e per il welfare che il nascente Stao unitario si apprestava a varare a presidio dei più deboli, ceti e territori. Ed erano contro  Benedetto Croce e Concetto Marchesi, Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, Luigi Preti e Fausto Gullo, tutti uniti nell’opposizione all’ordinamento regionale.

 

Passò la linea del siciliano Gaspare Ambrosini: una forma di Stato organizzato in Regioni in cui si teneva insieme l’unità della Repubblica e l’autonomia degli enti locali. Alla fine la formula dell’articolo 5 dei Principi fondamentali risultò la seguente: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento».

In sostanza passò l’esigenza dell’autonomia siciliana, in funzione dei più foschi scenari della guerra fredda. L’attuazione degli anni ’70 degli ordinamenti regionali e del decentramento amministrativo fu poi salutata dal PCI, immemore delle riserve di Togliatti e Nenni, come opportunità per dimostrare che sapeva governare meglio della DC a Roma, da cui era governo doveva restar fuori in modo “concordato” nel quadro geopolitico della guerra fredda.

Mi preme ricordare, in questa temperie di fervori autonomistici, che il Paese fu ricostruito nei 25 anni di assenza dell’Istituto regionale, e di Cassa per il mezzogiorno. Assenza evidentemente assolutamente proficua, sui cui si è retta la successiva dissipazione del bilancio pubblico dovuta anche, non solo ovviamente, all’interpretazione non programmatoria, ma di gestione e di spesa dell’Istituto regionale. Sempre che faccia fede una correlazione, segnalata anni fa dalla Banca d’Italia, tra esplosione del debito pubblico e intermediazione regionale della spesa. Ho motivo di credere che se si tornasse al mandato programmatorio e non di gestione e di spesa dell’istituto regionale, scemerebbero di colpo gli entusiasmi autonomisti.

Taccio sulla riforma del titolo V nel suo inseguimento del federalismo leghista; e sugli aggiustamenti continui, ancora adesso, degli effetti di quella modifica costituzionale, per garantire la sostanza del dettato costituzionale dell’eguaglianza di tutti gli italiani in presenza del regionalismo.

Questo per dire che l’Istituto regionale non è un totem, e se ha fatto cose buone, la diffusione magari delle migliori pratiche amministrative dei comuni, non ha sempre goduto di uno specchiata reputazione. Basta vedere le cronache politico-giudiziarie degli ultimi vent’anni. Peraltro nel mantra della differenziazione tra regioni virtuose al Nord e viziose al Sud, non si fa mai caso a una particolare classifica. Quella dei governatori condannati, che vede ampiamente in testa i presidenti del Nord dell’arco subalpino. Almeno su questo punto, risulta agli atti  una maggiore correttezza asburgica del bistrattato regionalismo meridionale.

Insomma, in una parola, il regionalismo – dopo cinquant’anni di attuazione – potrebbe ben essere ridiscusso dalle fondamenta in una bicamerale in un’ottica di costi e benefici. Personalmente sono convinto che ha generato benefici più per il ceto politico, che per il Paese. Ma purtroppo l’abolizione del regionalismo – in un’epoca in cui con Amazon puoi acquistare bene e servizi su un sito e li ricevi a casa, e con un drone puoi esaminare lo scorrimento di traffico in qualsiasi tratto viario –, di almeno quello di spesa e di gestione, non è l’agenda politica di oggi, e quindi veniamo a questa.

Però è un fatto, che se oggi stiamo ancora a parlare di Lep, di eguali livelli essenziali delle prestazioni per tutti i cittadini, al Nord come al Sud, è perché evidentemente 50 anni di regionalismo non li hanno garantiti, e non si capisce proprio perché dovrebbero essere garantiti nei prossimi 5, beninteso dopo l’attuazione del regionalismo differenziato, a trazione lombardo-veneta.

Il presidente Zaia è impegnato da qualche settimana in una fervida attività epistolare, per convincere i meridionali della bontà per loro di un regionalismo differenziato. I conti di Adriano Giannola, Gianfranco Viesti, Marco Esposito, dicono esattamente il contrario. Per tacere dell’incostituzionalità del percorso tracciato fin qui dall’asse Zaia-Stefani sotto la benedizione di Salvini. Nel merito politico più generale, mi limito a notare la contraddizione della narrazione sovranista di Salvini, che mentre difende in Europa, in modo peraltro sciatto e volgare, la “sovranità” nazionale, la smonta a casa sua, in patria, in nome di sovranismi regionali, fondamentalmente dissolutori dell’unità nazionale. Il cui esito ultimo può solo essere lo scenario cecoslovacco o catalano.

Nello sconcerto di vedere, per la loro storia, Chiamparino e Bonaccini muoversi fondamentalmente al traino leghista, conforta in questi giorni ascoltare voci autorevoli del Nord, il sindaco di Milano Sala, e il sindaco di Bologna Merola, che dicono a chiare lettere i rischi della richiesta leghista per le autonomie vere, che hanno una storia in questo paese, i Comuni; e per la tenuta dell’unità sostanziale del nostro Paese nella carne viva dei diritti dei suoi cittadini. Bologna che ha la metà degli abitanti di Napoli riceve il doppio per gli asili nido. Cioè un bambino napoletano riceve un quarto di quel riceve un bambino bolognese. Lo ha detto il sindaco Merola, e gli va dato atto dell’onestà politica e intellettuale.

Inviterei pertanto il Presidente Zaia certo a preoccuparsi che sia eguale il costo di una siringa a Lamezia Terme e a Trento, che è importante, ma un po’ di più che siano eguali un siciliano, un veneto e un napoletano. Se si vuole il regionalismo, si parta dalla definizione dei Lep e si affidi il procedimento al Parlamento. Se no, non s’ha da fare, per dirla con un grande lombardo. Perché una gara vera, la virtuosità regionale, la si fa in condizioni di partenza uguali, e niente è così iniquo che fare parti eguali tra diseguali.


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