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speciale marzo 2021 parte 2Dieci donne si raccontano per lasciare una traccia di sé. Rosa Campese / Rita Ceci

 

La psicoterapia e i funambolismi di Rosa Campese

Rosa Campese

Sono Rosa, quasi 45 anni, per molti anni ho sperimentato il ‘multiforme vissuto della migrante’: 21 anni a Roma tra La psicoterapia e i funambolismi di Rosa Campese università-fortuna che esistono le borse di studio, specializzazione-ora tocca pagare rate, terapia personale e supervisione, tantissimo lavoro flessibile precario, fino all’appassionante libera professione-accetto tutto perché non si sa mai…. A fine 2016 con grande sorpresa-quasi sgomento, vinco un concorso pubblico-il posto fisso come psicologa, addirittura nel mio paese di origine. Accettare o rinunciare sono state le polarità che mi hanno accompagnata finché ho scelto di lanciarmi in una nuova avventura esistenziale oltre che lavorativa che mi ha portata a lasciare Roma e a trasferirmi nuovamente in Puglia nel 2017. Mi tiene compagnia tutt’ora, a distanza di 4 anni, l’esperienza del sentirmi sempre “fuori posto”, quella sensazione di insidiosa nostalgia che ‘mi fa desiderare di essere lì, mentre sono qua e viceversa, e che tuttavia mi stimola a “so-stare dinamica”, nel mio imperfetto presente, scomodo come un dente scheggiato, come una macchia sul maglione, come un neo sgraziato. E mi accorgo con piacere e pudore, che il mio desiderio si alimenta della mancanza, che l’inquietudine che ne deriva mi permette di non appiattirmi sugli stereotipi, di non accettare mai i “sono così” che imprigionano il cambiamento individuale, sociale e culturale da cui invece io non voglio e non so prescindere. Mi impegno a “creare intrecci coerenti” tra le mie colorate esperienze: l’essere psicoterapeuta, che mi permette di scrutare la soggettività e rispettare profondamente l’alterità, la grande passione per tutto ciò che riguarda la dimensione sociale e comunitaria: parità di genere, inclusione delle diversità, attenzione alle dimensioni culturali e intergenerazionali nelle dinamiche relazionali a livello micro e macro sistemico. Mi descrive il verbo “funambolare” Cancellata la vergogna del “Delitto d’onore” abbiamo visto crescere, soprattutto negli ultimi anni, l’efferatezza dei femminicidi.

Nonostante le conquiste legislative in merito alla parità uomo/donna, i pregiudizi di sesso stentano a scomparire. Ma cosa sta succedendo nella vita e nella testa degli uomini?

È semplicistico parlare di una ‘questione maschile’ perché dietro l’angolo c’è il rischio di cadere nella retorica della crisi della maschilità o mascolinità o virilità come conseguenza dalle istanze di libertà e parità presunte che le donne-femministe avrebbero conquistato. Vorrei evidenziare come speculare al rischio della vittimizzazione delle donne, c’è il vittimismo maschile. La rappresentazione dominante nei media, nel senso comune, è di un cambiamento che produrrebbe uomini devirilizzati, depressi, intimoriti, minacciati nella propria identità, incalzati da donne aggressive e intraprendenti. Un’altra tentazione molto presente tra gli uomini che vogliono marcare la differenza rispetto a ‘quelli che maltrattano le donne’ è di sostituire la riflessione su di sé con la postura del difensore o con la competizione a chi sia il maschio più “femminista”: quello che meglio aderisce alla richiesta femminile di condanna della violenza maschile. Che certo va condannata, ma non basta. Ritengo che una delle strade per produrre una critica che esca dalla mentalità patriarcale che imprigiona gli uomini stessi in stereotipi nei quali, soprattutto i più giovani, non si ritrovano più, sia riconoscere che la violenza ha radici profonde nelle rappresentazioni maschili condivise di amore, desiderio, relazione, sessualità. Gli uomini, in questa fase storica, hanno l’opportunità di partire da loro stessi, dalle loro emozioni autentiche, per acquisire altre consapevolezze che consentano loro di trovare nuove narrazioni, parole, metafore per descrivere un nuovo modo di sentire al maschile, liberato dal patriarcato.  

 


 Le molte vite di Rita Ceci tra scuola, impegno politico, poesia e storia

Rita Ceci

Cresciuta in una famiglia numerosa i cui valori e affetti ho poi condiviso con figli e nipoti, mi sono laureata in Pedagogia nel 1970 e ho insegnato Materie Letterarie nella scuola media: sono stati per me anni di intenso lavoro nella scuola e in famiglia ma anche di impegno politico e sindacale per una società più giusta e una scuola migliore. Preside dal 1985, ho diretto con passione ed entusiasmo, alcune scuole in provincia di Bari e Foggia, ultima la “Pascoli” di Margherita di Savoia, fino al mio pensionamento (2009).

Mi sono sempre cimentata, coinvolgendo l’intera scuola, nell’ innovazione didattica realizzando laboratori informatici, linguistici, musicali, scambi internazionali con la Svezia e l’Ucraina e pubblicando vari libri di storia e tradizioni locali, uno tra tutti “Margherita allo specchio”, convinta che la scuola dovesse essere un luogo permanente di produzione culturale e di crescita civile. Con mio marito Ruggiero Mascolo abbiamo pubblicato numerosi testi di storia barlettana, come “Barletta leggere la città”, “Carlo Cafiero”, “Anna Cassandro”… fino agli ultimi contributi in “Materiali per la Storia di Barletta tra Otto e Novecento (2019). Ho pubblicato due raccolte di poesie e brevi racconti “E fugge via” (1999) e “Versi in viaggio” (2017), testimonianza della vena lirica che da sempre mi esprime e mi accompagna. Socia fondatrice (nel 2008) e direttrice dei corsi dell’Università della Terza età di Margherita di Savoia (fino al 2016), ne ho curato diverse pubblicazioni (Siamo tutti poeti; Raccontarsi, autobiografie in due volumi ...) animando laboratori di lettura e di scrittura. Ma anche ho amato viaggiare (Italia, Europa, Africa, America latina) per conoscere il mondo dall’incontro diretto con gli altri. Il mio sogno? Resta quello di un mondo migliore, senza squilibri e disuguaglianze, ove trionfino cultura, gentilezza e rispetto dei diritti umani. Con i miei 73 anni penso ancora che sia davvero un bel sogno! Appartieni a quella gene razione di donne che sceglieva di diventare insegnante per “conciliare” lavoro e famiglia e per non far sentire molto il disagio della propria assenza.

Credi che la femminilizzazione del l’insegnamento, soprattutto nella scuola elementare e nella scuola media, abbia potuto influenzare la formazione delle ragazze del terzo millennio?

Ho sempre pensato che insegnare e dirigere una scuola fosse un lavoro fondamentale per il cambiamento sociale, per mettere istruzione e formazione a disposizione di tutti. E mi ci sono buttata a capofitto senza mai lesinare impegno ed energie. Però non è stato così per tutte, perché la società non ha supportato il loro lavoro con adeguati strumenti (asili, assistenza agli anziani, ai malati…) che ne favorissero l’emancipazione, né è cambiata la sua posizione di subalternità in famiglia. Molte donne si sono così rifugiate nella scuola pensando di essere al riparo da un eccessivo carico di lavoro, di ventando spesso insegnanti de motivate perché avrebbero potuto dedicarsi ad altro o perché il lavoro scolastico non si è rivelato poi così leggero. Questo, insieme alla presenza di tanti docenti uomini che vi lavorano come seconda attività, ha con tribuito a trasmettere alle giovani generazioni la percezione del lavoro scolastico come attività lavorativa che non richiede troppo impegno. Non è raro per fortuna incontrare insegnanti preparate e sen sibili, pronte a dedicarsi con grandi sacrifici, ad una professione che richiede invece forma zione e impegno continuo. E diventano mitici punti di riferimento. In realtà manca una presa di coscienza collettiva di come il lavoro scolastico sia l’unico vo lano possibile di crescita culturale ed umana della popolazione, che va adeguato alle nuove esigenze, senza sconti per nessuno.

 

Libri parlanti - Le interviste del Peperoncino Rosso

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