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Angelo Caccavone

Non si vedranno più le immagini con fascia tricolore di un sindaco che desiderava far ricordare la sua esistenza in ogni angolo di paese

Non sapendo scrivere o fotografare, gli animali lasciano il proprio odore per marcare il territorio. Gli uomini lasciano altri segni, come statue, lapidi e immagini, ma lo scopo è praticamente lo stesso. Con l’avvento dell’era digitale, l’esigenza di affermare la propria personalità attraverso l’immagine di sé ha decisamente preso il sopravvento sul senso di sobrietà. E così, il selfie e l’autocelebrazione iconica è diventata un tratto distintivo della nostra epoca. Questo fenomeno viene definito iconofilia.

Il passato ci ha regalato iconofili grandiosi. Il fenomeno era diffuso soprattutto fra i potenti, i quali non di rado hanno sfruttato i propri privilegi per celebrare l’immagine di sé con statue, monumenti e archi di trionfo. Ora che è diventato facilissimo, scattarsi una fotografia è la modalità più popolare di autocelebrazione: costa pochissimo, è velocissimo, non prevede consumo di marmo o bronzo pregiati e, soprattutto, è un’attività diffusissima, tanto che l’iconofilo appare quasi normale.

L’ex sindaco di Trinitapoli Francesco di Feo, per esempio, si è dimostrato un iconofilo compulsivo. La sua però non è semplice mania, ha uno scopo preciso. Lo stesso che aveva il MinCulPop, il celeberrimo Ministero della Cultura Popolare di mussoliniana memoria: educare il popolo, fargli il lavaggio del cervello, occuparne maniacalmente ogni spazio fisico e mentale. In una parola, esercitare una propaganda costante. Nella sua ansia di pubblicizzare la sua azione amministrativa e di creare un nuovo culto casalino, l’ex sindaco di Feo ha cosparso ossessivamente il paese della sua immagine con la fascia tricolore. Ha marchiato tutto il territorio. Ogni giostrina, piazzetta, opera pubblica inaugurata (molto più spesso, ri-inaugurata), attrezzatura ginnica, percorso cicloturistico, finanche i cassonetti dei rifiuti, recano la sua immagine stilizzata. O meglio, recavano.

E sì, perché è accaduto ancora ciò che nel corso della storia è già accaduto molte volte. All’ossessione iconofiliaca si è opposta la pulizia iconoclasta, nel caso di Trinitapoli sotto le insospettabili spoglie del commissario prefettizio Caccavone. Non appena entrato nelle sue funzioni, il Commissario ha ritenuto opportuno approntare subito un’azione di rimozione delle immagini dell’ex sindaco. Si dice che per prima cosa abbia fatto bonificare le pareti del municipio, poi ha preso di mira le icone sparse per il paese, e dove non era possibile divellere ha fatto coprire. L’immagine dell’ex sindaco di Feo che accoglieva ingobbito i cittadini all’ingresso di qualsiasi cosa, è stata eliminata dal commissario Caccavone. Non sfugge a nessuno che l’iniziativa del Commissario sia ammantata di una certa severità.

C’è da chiedersi cosa sarebbe accaduto se a di Feo fosse venuto in mente di farsi erigere qualche statua. Avremmo forse assistito ad abbattimenti violenti come da ultimi quelli del movimento Black LivesMatter? La questione è semiseria, ma ciò che è accaduto è comunque grave. L’intervento del Commissario prefettizio ha momentaneamente liberato il paese dall’olezzo di propaganda costante che di Feo ha perpetrato senza mezze misure. Ora, in vista delle nuove elezioni, c’è da sperare che il suo erede come primo cittadino non voglia imitarlo nel cattivo gusto. Soprattutto, bisognerà fare in modo che il vezzo animalesco di segnare il territorio sia stigmatizzato da tutti, nel caso in cui il futuro dovesse regalarci un altro iconomane come primo cittadino.

Antonietta D’Introno

 

Un appalto dannoso e maleodorante: parte seconda
Nel numero del Peperoncino Rosso di giugno u.s. , nell'articolo: Un appalto dannoso e maleodorante,  informammo i lettori che l’appalto per la fornitura al Comune di tre unità lavorative per anni 6 al prezzo complessivo di euro 756.595,54 ci appariva dannoso per il Comune e “maleodorante”, e ne spiegavamo le ragioni. In primo luogo mancanza assoluta di convenienza economica perché la remunerazione dell’appaltatore non era vincolata ad alcun risultato e in secondo luogo per la poca trasparenza della procedura di gara. Ci insospettiva anche e non poco la ostinazione dell’ex assessore Losapio a non avvalersi delle tutele previste dalla legge a favore dei Comuni. La ditta Golem Plus SRL, aggiudicataria dell’appalto, infatti, possiede un capitale sociale di appena 2.500 euro (a sua volta partecipata da una omonima società maltese) anziché di 500.000 euro come richiesto dalla legge, e soprattutto non è iscritta nell’albo separato dei concessionari di tale attività.

Nel frattempo abbiamo appreso che anche l’ANACAP (associazione nazionale aziende concessionarie servizi entrate enti locali) già dal mese di aprile aveva contestato al Comune gli stessi nostri rilievi, chiesto l’annullamento della procedura di gara, la revoca dell’aggiudicazione e l’indizione di una nuova gara in conformità alla vigente normativa. Non solo. Nella prima settimana di luglio i giornali hanno riportato la notizia che la Procura della Repubblica di Bari ha aperto un’indagine sulla gara di appalto per i tributi al Comune di Bari aggiudicata alla stessa società, la Golem Plus SRL., che aveva vinto a Trinitapoli. L’indagine, che ha coinvolto una decina di persone tra politici, imprenditori e impiegati pubblici, per l’ipotesi di corruzione e falso, mira ad accertare se alcune assunzioni erano state il risultato della aggiudicazione. Il dossier è attualmente all’esame del Commissario prefettizio che dovrebbe assumere la decisione finale. L’ANACAP, a sua volta, si è rivolta all’autorità nazionale anticorruzione e alla Procura della Corte dei Conti della Puglia. Vi terremo informati degli ulteriori sviluppi.