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Pistola

La relazione prefettizia sulla base della quale è stato sciolto il consiglio comunale di Trinitapoli ha visto finalmente la luce sulla Gazzetta Ufficiale n. 103 dello scorso 4 maggio Link.

Commentare un documento di quasi un centinaio di pagine, ricco di considerazioni, accostamenti, fatti e rivelazioni richiederà ben più di un articolo. Consoliamoci: abbiamo più di un anno e mezzo di tempo.

Forse proprio la grande attesa della relazione ha creato aspettative che sono rimaste in parte frustrate. Chi si aspettava di vedere comparire finalmente i nomi dei responsabili dello scioglimento è rimasto deluso: i nomi non ci sono. Tutti i dati che possono circostanziare un evento tale da ricondurlo a qualcuno di specifico sono secretati. Il signor Omissis, per ora, è l’unico responsabile di tutto.

Certo, molte cose si capiscono lo stesso e molti accostamenti appaiono scontati. Molti altri però non lo sono affatto e questo rende l’analisi della relazione una operazione molto complicata che rischia di condurre a conclusioni scorrette. Perciò, fino a quando quegli omissis non saranno sostituiti da circostanze e date inequivocabili sarà difficile entrare nello specifico e il condizionale resterà d’obbligo. Certo, ci sono degli aspetti della relazione che non soffrono questo limite e che si prestano all’analisi. Nei limiti del possibile, essi saranno oggetto di successivi articoli. Per ora è interessante soffermarsi sulla questione degli omissis, anche perché ciò è da tempo oggetto di un corposo dibattito a livello nazionale.

dibattito

L’esigenza di oscurare alcuni dati ritenuti «sensibili» è una prassi amministrativa in parte adottata a norma di legge, in parte riconosciuta dalla giurisprudenza. Semplificando, si potrebbe affermare che, per come si è venuta evolvendo la materia, nascondere i dati sensibili è per certi versi un atto dovuto. Appartiene alla discrezionalità della pubblica amministrazione emittente la scelta dei dati da oscurare, e ciò oltre che scontato è anche giusto: si pensi che accanto a esigenze di segretezza (indagini in corso da parte dell’autorità giudiziaria) possono convivere esigenze di protezione di quell’insieme di diritti che si è stratificato sotto la denominazione di «privacy». Si va, dunque, dall’esigenza di non vanificare il lavoro degli investigatori a quella di tutelare il buon nome dei soggetti coinvolti, passando per interessi «intermedi» comunque tutelati dalla legge. Solo la Pubblica Amministrazione in possesso dei dati è in grado di valutare l’opportunità o la legittimità della loro pubblicazione, fermo restando il diritto degli interessati a rivolgersi alla magistratura per impugnare i provvedimenti adottati.

La questione non è affatto pacifica e, anzi, è stata già molte volte oggetto di scontri giudiziari e dispute dottrinali. Qualcuno ha anche sottolineato una tendenza all’applicazione impropria della normativa sulla privacy in materia di relazioni antimafia. Si leggano, per esempio, le sentenze citate da Avviso Pubblico, organizzazione di riferimento anche per i lavori parlamentari in materia di lotta a mafia e corruzione Link.

Commentando un orientamento giurisprudenziale ritenuto eccessivamente restrittivo in materia di tutela della privacy, si legge: 

Tale indirizzo risulta in chiaro contrasto con l’esigenza di garantire all’opinione pubblica, e in primis ai cittadini e alle forze politiche del territorio interessato, la più ampia conoscenza degli elementi che hanno condotto all’adozione di un provvedimento di così assoluta rilevanza e delle responsabilità accertate, a partire dalla denominazione delle aziende collegate alla criminalità organizzata che hanno tratto illecitamente benefici da specifici provvedimenti dell’ente locale.

commissione

Non è un mistero che l’art. 143 Testo Unico Enti Locali (cioè la legge in virtù della quale Trinitapoli è stata commissariata per mafia) sia da tempo in predicato di essere modificata. In molti hanno fatto notare, grazie anche all’esperienza applicativa, che la norma prevede molti punti oscuri e profili di costituzionalità borderline. Fra le modifiche suggerite, di ovvia autorevolezza è quella della Commissione Bicamerale Antimafia nella sua relazione conclusiva del 7 febbraio 2018, in particolare in materia di «processo decisionale più trasparente». Dal sito Avviso Pubblico: 

La Commissione avanza una serie di proposte volte ad assicurare la massima trasparenza in tutte le fasi della procedura e dei criteri applicati nei singoli casi nonché il puntuale rispetto della tempistica: pubblicazione in gazzetta ufficiale dell’istituzione delle commissioni di accesso, trasmissione alle Camere delle relazioni prefettizie e del Ministro, predisposizione semestrale della relazione governativa in materia, potere della Commissione Antimafia di richiedere relazioni specifiche al Governo sulla gestione straordinaria di alcuni comuni ovvero su casi di possibile condizionamento mafioso, corsia preferenziale per gli atti di sindacato ispettivo con i quali vengono avanzati dubbi sull’influenza dei gruppi criminali sulla gestione di specifiche amministrazioni locali, puntuale individuazione anche nel processo amministrativo delle responsabilità accertate dei soggetti coinvolti:
tutto ciò consentirebbe all’opinione pubblica e alle forze politiche una piena conoscenza delle problematiche emerse e delle misure predisposte per modificare l’azione amministrativa.

C’è da augurarsi che il Parlamento affronti la questione con maggiore speditezza e «prendendo il toro per le corna». Quello che si sta vivendo a Trinitapoli in questi giorni, infatti, è un paradosso legal-burocratico che non fa che accrescere la frustrazione dei cittadini. Uno degli scopi della legge dovrebbe essere, per usare le parole della commissione parlamentare antimafia, quello di consentire all’opinione pubblica una «piena conoscenza delle problematiche». Al momento, a causa di strumenti legali evidentemente non allineati alle finalità, i cittadini trinitapolesi sanno solo che il consiglio comunale è sciolto, che la democrazia è sospesa, ma non sanno né per colpa di chi, né (in parte) perché. Si capisce quanto basta per avere paura, ma non si capisce da chi ci si deve difendere.

Come se non bastasse i trinitapolesi possono incontrarsi al bar e fare due più due (a volte, chissà, azzeccandoci, altre volte alimentando voci e sospetti su poveri malcapitati che non c’entrano niente). Ma chi non è di Trinitapoli, poniamo un imprenditore, un rappresentante commerciale, un venditore, un professionista, un’azienda energetica, un turista, cosa pensa? Se non c’è chiarezza, tutti sono potenzialmente mafiosi. Il marchio ricade sull’intera comunità. Nessuno può dirsi innocente. D’ora in poi, l’unico a credere alla nostra innocenza sarà lo specchio.

specchio brame

È un problema di difficile soluzione, non ci sono formule semplici. Da una parte c’è una legge discutibile e discussa che quasi impone le omissioni, dall’altra il diritto dei cittadini trinitapolesi a non essere accomunati in un unico calderone infamante. Una soluzione va trovata, anche perché prima o poi si tornerà a votare e i cittadini devono sapere da chi guardarsi.

 

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