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scuola avanguardia
I mitici 12 alunni della quarta ginnasio di mezzo secolo fa

Prima che pezzi della memoria sbiadiscano, come è naturale che sia, volevo lasciare ai mei figli il racconto di quello che ha rappresentato per me il Liceo e di quanto mi senta privilegiata di far parte di quella classe che ne ha permesso l’avvio.

Ho ricordi molto nitidi dell’inizio di questa avventura del Liceo Classico a Trinitapoli e, lungi da me la pretesa che siano la verità assoluta, mi sento di poter affermare che il merito di questa presenza così significativa per la comunità cittadina è del professor Stefano Basanisi. Nell’estate del 1970, la necessità di avere una scuola superiore in questo paese si era fatta impellente, data la nutrita popolazione studentesca che si spostava nelle città di Barletta, Cerignola, Foggia e Molfetta per frequentare i vari indirizzi di scuola superiore, e anche per il valore che avrebbe rivestito la presenza di un istituto superiore per una piccola comunità come la nostra, collocandola in una posizione di prestigio rispetto ai paesi limitrofi. La proposta della classe politica era orientata a una scuola tecnica, al fine di soddisfare un’utenza più ampia, ma il professor Stefano Basanisi, profondo cultore degli studi umanistici, si batté per un’intera estate come un leone per ottenere l’istituzione del Liceo Classico, sezione staccata del liceo di Cerignola, allora diretto dal professor Michele Labianca che sostenne insieme a lui questa scelta. Furono da lui contattate personalmente le famiglie i cui figli erano indirizzati a frequentare il Liceo Classico e invitate ad avere fiducia nel buon esito dell’operazione. Io ricordo che avevo scelto già quella scuola per le mie inclinazioni e la possibilità di frequentarla nel mio paese allettava molto i mei genitori. Alcune mie compagne si iscrissero al Liceo Classico di Barletta perché le autorizzazioni tardavano ad arrivare e temevano che il progetto non andasse in porto. Io e altri undici coraggiosi attendemmo con fiducia che il professor Basanisi vincesse la sua battaglia personale in favore della collettività, tanto che cominciammo a frequentare in ritardo rispetto all’inizio dell’anno scolastico.

Il plesso scelto fu quello di via Pirandello, (attualmente ospita la scuola media). Era stato costruito da poco e ancora inutilizzato. La mia classe era l’unica ad occuparlo (negli anni successivi si sarebbero aggiunte delle sezioni di scuola elementare e materna), gli ambienti erano spogli e l’eco delle nostre voci risuonava in tutto l’edificio. Penso che siamo stati anche gli ultimi studenti di scuola superiore ad aver indossato il grembiule nero, nelle città era già caduto in disuso, ma non ricordo di averlo vissuto come un’imposizione, tanto che lo indossavo da casa. All’epoca non avevamo da esibire brands famosi e quel grembiule ci faceva sentire una squadra. Forse non lo toglievamo nemmeno per l’ora di educazione fisica che si svolgeva nei corridoi d’inverno e sul terrazzo quando le temperature erano più miti. Ho una certa nostalgia per quel primo anno, non c’era quel senso di spaesamento che si avverte normalmente quando si cambia grado di scuola e ci si deve inserire in un contesto nuovo: eravamo già tutti amici o conoscenti. Ricordo con molta gratitudine il primo professore di lettere, De Trizio, di Molfetta. Di lui mi è rimasta impressa una frase lapidaria che usava ripetere a noi ragazzi; non una citazione latina o greca, come ci si aspetterebbe da un prof del liceo classico, ma un proverbio in dialetto molfettese L vambasciul s zappn. Una scuola di vita racchiusa in poche parole, per di più dialettali, ma che nessuna dotta citazione avrebbe saputo rendere meglio. Non saprei dire perché, ma non mi è mai uscita di mente, credo di averla usata qualche volta quando ho avuto bisogno di sottolineare ai miei figli che gli obiettivi raggiunti con la fatica e l’impegno hanno un sapore speciale. Era una persona seria e autorevole, il professore prestato come arbitro al mondo del calcio regionale, che con uno sguardo penetrante diceva molto anche senza parlare, dosando una sottile ironia che “alleggeriva” le molte ore impegnative che passavamo con lui.

E poi c’è stato lui, il professor Stefano Basanisi, a insegnare italiano e latino alla mia classe che era arrivata al primo liceo: mi piace pensare che un passaggio nella nostra classe come insegnante gli spettasse di diritto per l’impegno che aveva profuso nel metterla insieme e far diventare il sogno di quella scuola a Trinitapoli una realtà. Era una persona di grande cultura con un metodo didattico molto speciale: ricordo bene che tra una consecutio temporum e una terzina dell’Inferno dantesco insegnava a stare al mondo, anche lui servendosi spesso del nostro dialetto che è sempre stato un codice linguistico efficace, quando i concetti da trasmettere servono alla vita e non ad aggiungere una nozione. Affiora alla mia mente il ricordo di quello che sarebbe stato l’unico giorno di sciopero della nostra carriera scolastica. Nemmeno il tempo di assaporare la sensazione di essere diventati grandi e poter decidere quello che era giusto e quello che non lo era che ci ritrovammo, io e qualche amica, prelevate da mio padre per strada e riaccompagnate a scuola senza che ci fosse chiesta o data una spiegazione. Lì sfilammo con la testa bassa davanti a lui, il prof Basanisi, che con un sorriso divertito si godeva l’esito della sua delazione. Non successe più, non ricordo di avere fatto da allora un solo giorno di sciopero. Ricordo bene di lui le pause eloquenti, il suo finto stupore e la sua capacità di ironizzare di fronte alle situazioni imbarazzanti senza che alcuno si sentisse offeso. È stato per anni corrispondente della Gazzetta del Mezzogiorno il professor Basanisi, una penna graffiante, ma onesta e rigorosa, sempre aderente alla verità anche quando non piaceva a tutti. Da lui ho imparato molto, a non cedere mai alla sciatteria linguistica, a ricercare la precisione espressiva che è indice di ordine mentale. Gli devo molto e lo ricordo sempre con affetto. Così come ricordo con gratitudine il professor Vito Pizzilli, insegnante di lettere della mia classe al terzo liceo e membro interno nella commissione d’esame. Una personalità molto diversa, ma non per questo meno incisiva sulla nostra formazione. Lo ricordo visivamente come se fosse ieri, con il suo inseparabile “Momigliano”, una figura ieratica che incuteva soggezione, anche se sotto quella crosta si intuiva una certa bonarietà che a volte, sorprendentemente, emergeva nei pochi momenti sottratti alla serietà didattica. Quando i ricordi prendono la mano, si fa fatica a fermarli e fissarli sulla carta è un modo per rivivere quei momenti. In cinquant’anni il Liceo Staffa ne ha fatta di strada, dall’autonomia all’intitolazione al grande economista Scipione Staffa, all’ampliamento dell’offerta formativa e all’istituzione di vari indirizzi; ricordare l’inizio però è doveroso, perché un paese si può dire civile quando non dimentica le persone che hanno contribuito alla sua crescita.

Infine voglio ricordare i miei compagni di classe, i mitici dodici che al primo liceo divennero tredici con il trasferimento dal Liceo Classico di Foggia del dottor Franco Montaruli, attualmente medico di base a Trintapoli. Tonino Falcone, Vincenzo Salerno, Franco Montaruli, Maria Giovanna Miccoli, Maria Rosaria Vanni, Maria Grazia Iannella, Angela De Michele (unica “extracomunitaria” di San Ferdinando di P.), Anna Maria Panzuto, Angela Russo, Alba Bove, Maria Rosaria Clemente, Vincenza Salerno.

Maria Giovanna Regano

 

Libri parlanti - Le interviste del Peperoncino Rosso

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