Dalla calligrafia latina all’alfabeto indiano Gurmukhi: perché l’UNESCO guarda alla scrittura come patrimonio dell’umanità
Distratti dal rumore costante delle notifiche e nel ticchettio uniforme delle tastiere, rischiamo di perdere una delle sue tecnologie più sofisticate dell’umanità. Non si tratta di un software, ma di un’invenzione antica e rivoluzionaria che ha segnato il passaggio dalla preistoria alla storia: la scrittura. Sistemi millenari come il Gurmukhi del Punjab, il Devanagari hindi e il corsivo stanno lentamente scivolando verso una nuova forma di estinzione: quella digitale. Non sembra più esserci spazio per il corsivo. Non serve per inviare messaggi, programmare o per scrivere email. Anche quando non scompaiono, le lettere si appiattiscono, diventando font uniformi formati da pixel sempre uguali.
Il cervello ha bisogno di inchiostro
Se per le nuove generazioni, la tastiera è diventata un’estensione naturale del braccio, dal punto di vista cognitivo scrivere a mano è un esercizio molto più ricco e complesso. L’uso precoce ed eccessivo dei dispositivi digitali, avviene spesso a discapito della motricità fine e contribuisce all’aumento dei casi di disgrafia. Gli studi di Karin H. James dimostrano che la scrittura manuale coinvolge aree cerebrali fondamentali per la lettura e il riconoscimento delle lettere, mentre la tastiera riduce l’esperienza a un gesto ripetitivo. La battuta è un compito motorio monotono perché ogni lettera richiede lo stesso sforzo fisico. La scrittura a mano, invece, richiede una pianificazione motoria variabile in cui ogni carattere ha una propria altitudine, pressione e direzione.
Il corsivo come ginnastica invisibile del cervello
Il risultato dell’abbandono della penna è una generazione con dita veloci ma connessioni neuronali più fragili. Uno studio di Eva Ose Askvik (2020) dimostra che il corsivo genera pattern cerebrali complessi (onde Alpha e Theta), fondamentali per la memoria e l’apprendimento. La letteratura sulla riabilitazione della disgrafia suggerisce che scrivere in corsivo può diventare un vero esercizio di riabilitazione perché, grazie al tratto continuo, la parola viene percepita come un unico gesto fluido anziché come una sequenza frammentata di lettere. Questo approccio, inserito in percorsi di grafomotricità strutturati (F-Medical Group, 2022), riduce le discontinuità motorie e le tipiche inversioni (come b/d o p/q), poiché ogni lettera richiede un movimento unico e una direzione precisa. Nella lotta alla disgrafia, la pratica calligrafica funge da fisioterapia cognitiva: riabilita il ritmo del pensiero e stabilizza il controllo muscolare, trasformando un gesto grafico caotico in un flusso armonioso. Non è un caso quindi che il corsivo sia tornato al centro del dibattito internazionale. Recentemente, infatti, ben 27 Stati americani hanno approvato leggi che impongono il ripristino della scrittura in corsivo tra i banchi dopo che, per oltre quindici anni, la tastiera aveva dominato incontrastata e l’UNESCO sta valutando la possibilità di tutelare il corsivo come patrimonio immateriale dell’umanità. Un riconoscimento che, se confermato, affiancherebbe tradizioni già protette come la calligrafia araba e quella cinese.

Ogni alfabeto è un modo di pensare
E non si tratta solo di conservare un’arte, o una tradizione culturale. Ogni sistema di scrittura rappresenta un modo diverso di organizzare il pensiero. Dal corsivo latino alle forme ritmiche del Gurmukhi, ogni sistema di scrittura rappresenta un modo diverso di organizzare il pensiero. Il Punjabi, ad esempio, ha due alfabeti principali: il Gurmukhi, sviluppato nel XVI secolo da Guru Angad Dev Ji e utilizzato soprattutto nel Punjab indiano, e lo Shahmukhi, diffuso nel Punjab pakistano. Nonno Harbans scriveva in Shahmukhi, la mamma in Gurmukhi e Devanagari, l’alfabeto hindi ufficiale e quello latino. Io nella mia piccola scuola in India avevo iniziato a 3 anni con Gurmukhi e l’alfabeto latino. Imparare sistemi grafici diversi non arricchisce solo la cultura, ma modella fisicamente il cervello attivando aree diverse. L’alfabeto latino, lineare e sequenziale, coinvolge soprattutto l’emisfero sinistro del cervello, fulcro della logica e del linguaggio fonetico. Il Gurmukhi, con le sue forme circolari e la caratteristica shirorekha (la linea orizzontale superiore che “appende” le lettere), attiva intensamente l’emisfero destro, responsabile della sintesi visuo-spaziale e del riconoscimento delle forme complesse. Ciò che stiamo perdendo quindi non è uno solo stili o caratteri.
Ma interi percorsi neuronali che facevano parte della nostra complessità cognitiva. Le ricerche sulla plasticità cross-linguistica dimostrano che i bambini “biliterate”, che scrivono in due alfabeti diversi, sviluppano una maggiore integrazione tra reti parietali e motorie, favorendo lo sviluppo di abilità metalinguistiche, flessibilità cognitiva e competenze trasferibili tra lingue diverse (Berken, Gracco & Baum, 2017). Un bambino che impara la calligrafia Gurmukhi non sta solo acquisendo una lingua: sta allenando il cervello a gestire spazio, pressione e ritmo. Queste abilità si riflettono nella precisione e nella facilità con cui affronterà altre lingue.
Oltre il pixel
In un mondo che corre verso l’omologazione del pixel, rivendicare il diritto alla “curva” e al “segno” significa difendere la complessità stessa della nostra mente. La vera domanda non è se il corsivo sopravvivrà al digitale, ma se siamo disposti a rinunciare a ciò che ci permette di pensare in modo più ricco, complesso e consapevole. Se il pixel è il linguaggio dell’efficienza, l’inchiostro resta il linguaggio dell’anima e dell’intelletto profondo perché in quell’attrito tra la punta della penna e la porosità della carta risiede la scintilla della nostra unicità: la capacità di imprimere nel mondo non solo dati, ma la traccia indelebile della nostra umanità.


Mentre il Gurmukhi danza in cerchi e il Shahmukhi fluisce in eleganti cascate da destra a sinistra, il Devanagari architetta ogni parola con precisione geometrica.
Tratto dal Guru Granth Sahib, testo sacro sikhista, questo verso celebra la dignità del gesto manuale che, da Guru Nanak ai giorni nostri, definisce la nostra identità e la nostra memoria.
Le scansioni fMRI mostrano come l’atto di scrivere a mano (printing) e ricalcare lettere (tracing) attivi aree del cervello dedicate al riconoscimento visivo e alla pianificazione motoria molto più intensamente rispetto alla digitazione su tastiera (typing). I punti arancioni evidenziano le aree neurali che “si accendono” solo grazie al movimento complesso della mano.
Askvik et al. (2020) mostrano che durante la scrittura a mano rispetto alla digitazione compaiono pattern EEG più complessi. Le zone calde indicano attività cerebrale più intensa o più interessante durante la scrittura a mano. Le zone fredde indicano invece una risposta più debole, come quella che si vede spesso nella digitazione.
GURJIT KAUR