Il 15 settembre il senato ha approvato il progetto del governo Meloni della nuova legge elettorale per la elezione del Parlamento. Il testo è ritornato alla Camera per avere subito delle modifiche. Il progetto diventerà legge se la Camera voterà senza modifiche il testo ricevuto dal Senato. Si tratta della ennesima legge truffa
Dal 1948 al 1992 in Italia si è sempre votato con il sistema elettorale puro con liste contrapposte. L’elettore esprimeva un voto alla lista e, con il voto di preferenza, sceglieva il candidato. Poteva esprimere fino a quattro preferenze.
In altre parole, ogni lista in competizione otteneva un numero di seggi proporzionale ai voti ottenuti: 1.000 voti, un seggio; 2.000 voti, due seggi; 3.000 voti, tre seggi, ecc.
I seggi conquistati da ogni lista venivano attribuiti ai candidati della lista in base ai voti di preferenza da ciascuno ricevuti.
I senatori, invece, dovevano essere eletti direttamente su base regionale in collegi uninominali se ottenevano il 65% dei voti. In mancanza, si applicava il sistema proporzionale anche al Senato.
Per la cronaca, va ricordato che in Puglia dal 1948 al 1992 fu eletto direttamente, per aver superato il 65% dei voti, soltanto il senatore Nicola Angelini della Democrazia cristiana. Era candidato nel collegio di Bitonto.
Ho sempre ritenuto e continuo a sostenere che il sistema elettorale proporzionale sia il più rispettoso del principio costituzionale secondo cui il voto è personale ed eguale, libero e segreto.
Esso innanzitutto garantisce la massima rappresentatività del corpo elettorale. Con efficace metafora si sosteneva che con il sistema proporzionale il Parlamento aderiva al corpo elettorale come un guanto alla mano.
Il proporzionale puro, cioè senza una percentuale minima di voti per accedere al riparto dei seggi e senza sbarramenti, garantisce alle minoranze politiche o a quelle forze politiche insediate localmente, per esempio in Valle d’Aosta o Alto Adige, di trovare rappresentanza.
Le opinioni politiche e culturali presenti nella società non trovano ostacoli al loro libero e autentico diffondersi.
Il sistema proporzionale, in diverse configurazioni (per esempio con soglie di sbarramento più o meno elevate), è adottato nella maggior parte degli Stati in cui si tengono elezioni libere.
Il sistema maggioritario e la distorsione della rappresentanza
Il sistema maggioritario, invece, viene adottato soprattutto nei Paesi anglosassoni, Stati Uniti, Regno Unito e Canada, per proprie ragioni storiche.
Il maggioritario secco funziona così: il corpo elettorale viene distribuito in collegi uninominali, in cui ogni partito presenta un solo candidato in diretta competizione con gli altri candidati. Il seggio viene attribuito al candidato che supera gli altri anche con un solo voto.
Esempio: il candidato A ottiene 2.000 voti, il candidato B ne ottiene 3.000 e il candidato C ne ottiene 3.100. Il seggio verrà attribuito al candidato C perché è arrivato primo.
Egli, benché sia minoranza nel corpo elettorale (3.100 voti contro 5.000 voti), ottiene tutta la posta in gioco, cioè il 100%, mentre i 5.000 elettori restano senza rappresentanza.
Questo spiega perché nei Paesi che adottano il sistema maggioritario spesso governano le minoranze in danno della maggioranza dei cittadini.
In Italia il sistema maggioritario secco con un premio di maggioranza è in vigore per le elezioni in tutti i Comuni al di sotto di 15.000 abitanti.
Un esempio: giugno 2024, elezioni del Consiglio comunale di Trinitapoli, composto dal sindaco e da 11 consiglieri.
Risultati delle elezioni comunali di Trinitapoli:
- Candidato sindaco – Francesco di Feo: 2.920 voti, pari al 35,99%.
- Candidato sindaco – A. Maria Tarantino: 2.774 voti, pari al 34,19%.
- Candidato sindaco – Emanuele Losapio: 2.419 voti, pari al 29,82%.
Totale dei voti validi: 8.113.
I consiglieri attribuiti sono stati: 2 alla lista di E. Losapio, 3 alla lista di A. Tarantino e 6+5 alla lista di F. Di Feo, come premio.
In definitiva, Francesco Di Feo, pur essendo minoranza nel corpo elettorale con 2.920 voti, ottiene un numero sproporzionato di consiglieri, 11, sottraendoli alle altre due liste e diventando maggioranza nel Consiglio comunale.
Le liste di Tarantino e Losapio, invece, pur essendo maggioranza nel corpo elettorale, con complessivi 5.193 voti, ottengono cinque consiglieri, pari al 35% del Consiglio comunale.
Insomma, un sistema elettorale doppiamente distorsivo del principio di rappresentatività e dell’uguaglianza del voto. Un esempio che consente di comprendere agevolmente il progetto Meloni.
Il premio di maggioranza nella nuova legge elettorale
È previsto che la lista o la coalizione che raggiungesse il 42% dei voti validi in entrambi i rami del Parlamento otterrebbe un premio di 70 deputati alla Camera e di 35 senatori.
È stabilito, però, un tetto alla Camera di 220 deputati e al Senato di 113 senatori!
Un’altra aberrazione, scarsamente considerata, che i pugliesi hanno conosciuto nelle ultime elezioni regionali. Il candidato Antonio De Caro ha ottenuto voti per ottenere 32 consiglieri, ma gliene sono stati attribuiti 29 perché tale è il tetto stabilito dalla legge regionale.
Insomma, la scelta del corpo elettorale conta solo in parte.
Se nessuna lista o coalizione raggiungesse il 42% dei voti, non verrebbe assegnato alcun premio. I seggi andrebbero assegnati con il sistema proporzionale in base ai voti ottenuti da ciascuna lista a livello nazionale. In tal caso, per partecipare all’attribuzione dei seggi, ciascuna lista deve superare la soglia di sbarramento del 3% se singola o del 10% per le coalizioni.
Il precedente della legge Acerbo

A ben guardare, la struttura del progetto di legge Meloni ricalca la stessa struttura della legge Acerbo del 1923, con cui Mussolini vinse le elezioni nel 1924 e divenne presidente del Consiglio.
Alla lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa di almeno il 25% dei voti venivano attribuiti i due terzi dei seggi della Camera. Erano ammesse le preferenze per tutti i candidati, nessuno escluso.
Se nessuna lista avesse superato la soglia del 25%, i seggi sarebbero stati assegnati con il sistema proporzionale.
Preso il potere e superata la burrasca politica suscitata dal delitto Matteotti, Mussolini si dedicò subito all’edificazione del regime fascista.
Nel giro di due anni, tra il 1925 e il 1926, furono emanati un gruppo di provvedimenti passati alla storia come le «leggi fascistissime», cioè le leggi con cui fu modellato lo Stato totalitario fascista.
Per prima cosa, il presidente del Consiglio divenne Capo del governo, che rispondeva solo al re e non più al Parlamento e che poteva emanare decreti-legge senza chiedere la ratifica dal Parlamento.
Furono sciolti i Consigli comunali e provinciali. I sindaci furono sostituiti dal podestà e i presidenti delle province furono sostituiti dai presidi, ambedue di nomina regia.
Furono dichiarate illegali tutte le formazioni politiche, ad eccezione del Partito Nazionale Fascista.
Furono sciolti i sindacati e ai lavoratori sottratto il diritto di sciopero. Vietate anche le serrate.
Furono sciolte tutte le associazioni e le organizzazioni di qualsiasi tipo, tranne quelle che facevano riferimento al Partito Nazionale Fascista o al regime.
Fu soppressa la libertà di stampa e introdotta la censura. I direttori dei giornali dovevano ottenere il placet del prefetto per poter pubblicare.
Venne disposto il confino di polizia per gli antifascisti.
Vennero dichiarati decaduti tutti i deputati dell’opposizione che disertarono le sedute della Camera dopo il delitto Matteotti, lasciando in carica solo quelli che sostenevano il governo.
La Camera dei deputati, infine, venne formalmente soppressa nel 1939 e sostituita dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, i cui membri non erano eletti ma nominati a seconda del ruolo ricoperto nel Partito Nazionale Fascista e nelle organizzazioni professionali fasciste.
Questo succinto excursus storico serve a consentire al lettore di cogliere quanto di quella cultura politica sia sopravvissuto sino a oggi, con diverse sembianze.
Le preferenze e gli ostacoli alla partecipazione politica
Aggiungo. Nonostante le grida di giubilo della presidente Meloni, non tornano le preferenze scomparse dal 1993.
Le liste continueranno a essere bloccate per i capilista, scelti ovviamente dalle segreterie di partito, mentre si potranno esprimere sino a tre preferenze da una lista di sei candidati.
Gli esperti hanno calcolato che solo i maggiori partiti, Fratelli d’Italia e PD, riusciranno a eleggere parlamentari a mezzo preferenze. Tutti gli altri eleggeranno solo candidati capilista.
In definitiva, gli esperti hanno calcolato che chi supera il 42% dei voti con il premio di maggioranza si assicura una maggioranza parlamentare di circa il 60%.
Fortemente penalizzante è la condizione per accedere per la prima volta alla competizione elettorale.
Resa più difficile la partecipazione alla competizione elettorale delle formazioni politiche di nuova formazione, servono 450.000 firme per presentarsi in tutti i collegi plurinominali. Sono esenti i partiti che al 31 dicembre 2025 hanno già un gruppo parlamentare.
Chiaro l’intento di impedire o ritardare il rinnovamento del Parlamento.
La posta in gioco e la Costituzione
In chiusura, e salvo successivi approfondimenti, invito i lettori a riflettere su come la nascita del regime fascista non nacque dal nulla e all’improvviso, ma fu il frutto di un lavoro continuo che manteneva fermi gli obiettivi finali.
L’on. Meloni, appena vinte le elezioni e per tutta la legislatura, non ha smesso di provare a realizzare il suo obiettivo: distruggere lo Stato italiano come disegnato dalla Carta costituzionale democratica e antifascista.
Si impegnò subito con adeguate iniziative legislative: l’eliminazione della tripartizione dei poteri con la sottomissione della magistratura al potere politico, lo spezzettamento dell’unità d’Italia con il progetto sull’autonomia differenziata, il premierato del capo del governo sul Parlamento.
Con l’approvazione della modifica costituzionale della separazione delle carriere aveva centrato uno degli obiettivi. L’operazione fallì grazie alla reazione del popolo referendario.
La Costituzione del 1948 per il momento è salva. Ma la Meloni non si è arresa. La riforma elettorale le serve per arrivare dove finora ha fallito. Cerca una maggioranza talmente vasta e solida che le consenta di sottomettere la Corte costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura e insediare al Quirinale un uomo privo di simpatie per una Costituzione democratica e antifascista.
Vigiliamo e mobilitiamoci!